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giovedì 1 febbraio 2018

“Ogni volta che ne salviamo uno… stiamo chiudendo un manicomio”

Prof.ssa Vincenza Palmieri

Quando 40 anni fa con la Legge Basaglia furono chiusi i manicomi, si dette un grosso smacco alla psichiatria nazionale ed internazionale.

Senza entrare nel merito di quelle che sono state poi anche le derive stesse della Legge Basaglia, essa ha rappresentato con grossa evidenza un momento storico. Non a caso, la ricordiamo come una delle più importanti Leggi emanate nel nostro Paese e – consci di una portata che è andata ben oltre – come un fatto epocale in sé.
Rappresentò, infatti, una svolta non solo riguardo la chiusura stessa dei manicomi, ma anche sul fronte della percezione e del sentire da parte del Governo e della Popolazione intera.
Da quel momento in poi, infatti, si assistette alla presa di coscienza di come la reclusione, la permanenza spesso anche per tutta la vita all’interno di un manicomio e la stessa fatiscenza di quelle strutture, rappresentassero uno dei crimini contro l’Umanità più efferati; tanto da essere spesso equiparati a campi lager, anche per la tipologia di percorsi terapeutici posti in atto.
Con la Legge Basaglia si modificò, dunque, la visione dell’Uomo e della Donna. Elevati dal rango di animali e bestie – com’erano stati concepiti da chi li aveva relegati in tali strutture – rappresentarono il simbolo evidente della stangata inferta al sistema psichiatrico e a tutto il sistema di potere ad esso connesso.
Ovviamente, quando parliamo di psichiatria, non ci riferiamo ad un’entità astratta, né ad una forza minore facile da contrastare: stiamo relazionandoci con una Organizzazione mondiale fortissima, collegata ai signori della guerra e delle droghe. Tra guerra, droghe e psicofarmaci ci stiamo battendo contro una delle più grandi potenze mondiali, tra le quali il nesso strettissimo appare anche oggi più che evidente.
Una organizzazione così potente ha, quindi, trovato il modo di elaborare nuove strade e percorsi. E da quel momento in poi, infatti, una serie di altre efferatezze sono state strategicamente progettate e opportunamente mascherate: la psichiatria, nel corso dei decenni, si è evoluta anche dal punto di vista del marketing. Ed ha trovato nuove forme per affermare se stessa.
Abbiamo avuto per anni una “psichiatria palese” che non nascondeva se stessa, la quale – forte dell’ignoranza post bellica della gente – utilizzava sui malati metodi orribili come elettroshock, docce fredde, ecc. Con l’evoluzione politica mondiale, l’emancipazione delle donne e gli esiti delle grandi battaglie civili, tuttavia, la stessa psichiatria ha dovuto adattare le sue campagne e le sue strategie alla nuova realtà, per raggiungere un sempre più vasto bacino di utenza, nell’ambito di un panorama sociale mutato.
Cosa è avvenuto, dunque? Di fatto, chiusi i manicomi, abbiamo aperto i “nuovi manicomi”. I manicomi, oggi, si chiamano iniezione depot (In medicina si parla di iniezione di deposito o semplicemente depot, quando il meccanismo di assorbimento di un farmaco ne prevede l’accumulo nei tessuti ed il graduale rilascio del principio attivo nel tempo. Il farmaco viene somministrato disciolto in particolari veicoli oleosi per via parenteral, tramite iniezioni intramuscolari o sottocutanee. Normalmente le iniezioni vengono effettuate a distanza di uno o più mesi l’una dall’altra, posologia che tendenzialmente assicura un’elevata compliance da parte del paziente sottoposto alla terapia – https://it.wikipedia.org/wiki/Iniezione_di_deposito), case famiglia, case ad alto contenimento, lager per anziani, SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) dei reparti d’ospedale, piani terapeutici, abuso sessuale su pazienti detenuti, psicofarmaci ai detenuti o ai ragazzi in casa famiglia senza alcuna prescrizione, allontanamenti familiari ingiusti, diagnosi ingiustificate, Legge 170, TSO (trattamento sanitario obbligatorio) ad adulti e bambini.
E se per 40 anni abbiamo applaudito la chiusura dei manicomi, sono ormai 20 anni che osserviamo un fiorire costante della psichiatria attraverso mille rivoli, non ultimo quello della scuola e delle numerose diagnosi che, per affermare se stesse, hanno bisogno di essere addirittura sancite per legge.
“Ogni volta che riportiamo a casa un bambino, noi stiamo chiudendo un manicomio. Ogni volta che togliamo ad un ragazzo una puntura depot, noi stiamo chiudendo un manicomio. Ogni volta che avviamo un processo di dismissione da psicofarmaci, noi stiamo chiudendo un manicomio. Ogni volta che ne salviamo uno, noi stiamo chiudendo un manicomio: i nuovi manicomi. E ogni volta che questo accade, noi dobbiamo alzarci in piedi e plaudire allo stesso modo in cui, a suo tempo, abbiamo gioito per la chiusura dei manicomi.
Tratto dal contributo della Prof.ssa Vincenza Palmieri al Convegno “Bambini allo sbaraglio, Bambini bersaglio” – Pordenone, 27 gennaio 2018

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