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sabato 3 febbraio 2018

Un ripassino sull'euro

L'euro è un sistema monetario che ha lo scopo di esaltare la funzione di riserva di valore della moneta a discapito di quella di scambio. Pertanto il patto tra capitalisti che l'ha fondato impone che esso sia a bassa inflazione, non più del 2% (ma di meno va bene). L'obiettivo è stato pienamente raggiunto.

L'euro definisce anche il perimetro del campo da gioco sul quale si confrontano i capitali, e lo fa attraverso trattati che stabiliscono il principio della libera circolazione di tutti i fattori produttivi (capitali, merci, servizi, lavoro) nonché il divieto di aiuti di Stato.

Infine, il campo di gioco, sebbene sia chiamato mercato unico, è in realtà segmentato, perché tutti gli Stati mantengono contabilità nazionali distinte e sistemi fiscali propri.

Il gioco prevede il rispetto di alcune regole, in particolare il divieto di surplus di bilancia dei pagamenti superiori al 6% del PIL, e un limite massimo del 3% ai deficit pubblici. Un terzo limite, quello del 60% del rapporto debito/Pil, è importante non tanto dal punto di vista economico quanto come strumento di ricatto (si ricordi la vicenda dello spread), sebbene allo scoppio della crisi sia stato usato come arma di propaganda e distrazione di massa quando e dove ciò è stato possibile, ad esempio in Italia, ma non in Irlanda, Spagna e Portogallo che, all'epoca, avevano rapporti debito/Pil rispettivamente del 24%, 36%, 57%.



IL grafico seguente mostra come, limitatamente alle quattro maggiori economie dell'eurozona, fino allo scoppio della crisi la più virtuosa nel limitare il deficit sia stata la Spagna, mentre Italia, Francia e Germania hanno ripetutamente sforato. Anche dopo lo scoppio della crisi, l'Italia ha realizzato deficit sistematicamente più limitati rispetto a quelli di Francia e Spagna.



Ma anche il limite del 6% sul surplus di bilancia dei pagamenti è stato disatteso: dalla Germania.


Anche per quel che riguarda gli aiuti di Stato le regole non sono state rispettate, e i paesi più inadempienti sono stati, di gran lunga, Irlanda, Gran Bretagna e Germania, mentre l'Italia è stata quasi virtuosa.


Da questo breve quadro possiamo giungere alla conclusione ovvia che le cosiddette regole sono state scritte per non essere rispettate. La domanda che è necessario porsi è se l'Italia non possa difendersi oppure non voglia farlo, e in che misura. La mia risposta è che non possiamo e non vogliamo difenderci. Non possiamo perché i sistemi bancari dei paesi più forti possono aggredirci, e non vogliamo perché chi comanda veramente in questo paese si è già messo al sicuro, e a pagare gli effetti della crisi sono il tessuto di piccole e medie imprese, i lavoratori, i cittadini. Il grande capitale italiano, come quello francese, tedesco, spagnolo etc. non è in realtà né italiano, né francese, né tedesco, né spagnolo: è grande capitale, libero di muoversi, di combinarsi come meglio crede senza minimamente badare alla nazionalità. Quello che cerca sono le migliori condizioni per valorizzare sé stesso, pronto a rapinare, indifferentemente, italiani, francesi, tedeschi, spagnoli etc.

Questa corsa dei capitali ad allocarsi continuamente in modo ottimale, badando solo a sfruttare al massimo i vantaggi comparati offerti dai territori per ogni genere di produzione, non ha come risultante un movimento caotico, ma mostra una deriva verso i territori più produttivi. E' quella che Emiliano Brancaccio chiama tendenza alla concentrazione dei capitali. In questa fase la risultante dei movimenti di capitali è orientata verso il centro dell'Europa, e sta operando una ristrutturazione delle economie su scala continentale che vede i paesi del centro monopolizzare le produzioni a maggior valore aggiunto e i paesi della periferia specializzarsi in quelle a minor valore aggiunto. In mancanza di investimenti, i territori "perdenti" possono solo rispondere diminuendo i prezzi di produzione interni, attraverso la deflazione salariale. A pagare il prezzo, oltre ai lavoratori - sempre in culo agli operai - sono i capitali di serie B, o di rango inferiore: piccoli e medi imprenditori che, per finanziare le loro attività, devono rivolgersi al grande capitale di serie A, o di rango superiore, per sua natura apolide e irresponsabile verso i territori.

Lo scopo del gioco, dal punto di vista del capitale di rango superiore, è la conquista del potere assoluto. Per raggiungere l'obiettivo i sistemi democratici, nei quali sia i lavoratori che i capitali di rango inferiore possono far sentire la loro voce, devono essere disattivati.

Si potrebbe pensare che, una volta conclusosi questo processo di riallocazione e concentrazione i giochi saranno fatti. Vi saranno cioè, come accadrebbe in ogni Stato nazionale, territori più o meno ricchi, e fasce sociali più o meno benestanti, ma questa è una pericolosa illusione. La disattivazione delle democrazie, e la concentrazione del potere reale nei consigli di amministrazione dei grandi gruppi bancari, non potrà che determinare un aumento esponenziale delle disuguaglianze tra i territori e tra le classi sociali, che raggiungeranno eccessi oggi ancora difficili da immaginare. La democrazia è il solo ostacolo che possa frapporsi allo scatenamento degli egoismi più ciechi, e la democrazia può esistere solo quando il potere è distribuito. Ma la democrazia, che è una pianta delicata, per svilupparsi ha bisogno delle giuste condizioni, che non possono esistere in un continente nel quale si parlano 24 lingue diverse, abitato da popoli diversi e, per sovrappiù, interessato da fenomeni migratori imponenti.

Noi sovranisti costituzionali crediamo che la battaglia per la democrazia passi per la riconquista degli spazi nazionali, e che per vincerla sia necessario operare una fortissima saldatura politica tra i ceti salariati e quello che, in questo articolo, ho definito il capitale di rango inferiore. E' sbagliato, invece, affrontare in campo aperto, in una dimensione continentale, il capitale di rango superiore. La lotta deve essere condotta sui fronti nazionali, nei quali è più facile organizzare il consenso politico e mobilitare le risorse necessarie facendo leva sui sentimenti identitari dei popoli, sul loro substrato etico, sul senso di giustizia. Solo su questo terreno il grande capitale finanziario è vulnerabile, e può essere battuto.

No agli Stati Uniti d'Europa, sì all'Europa dei popoli liberi e sovrani.

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